Di come il teatro mi salvò la vita e altre storie. Intervista a Irene Vecchio
Scritto da Alessandro Leo, venerdì 16 ottobre 2009Lei non lo sa, ma quando passava invadente e distratta lungo il nostro corridoio, tra noi si faceva d’un tratto silenzio, come se intorno tutti attendessero una sua parola, un sorriso per riprendere il respiro. Ragazzi liceali mai a corto di emozioni, sentivamo che Irene non avrebbe avuto bisogno di esplosioni. E che, qualunque futuro per lei, su un palco o altrove, avrebbe continuato a farci sentire fragili e in attesa di un suo cenno.
Sono di parte, lo confesso. Non aspettatevi un giudizio oggettivo, distacco o chissà cos’altro. Lei è la mia madeleine che riporta alla memoria i profumi di una stagione. Oggi Irene vive una carriera da attrice teatrale e lavoro per fare del cinema. In cerca di oro nero, riesco a strapparle un caffè e quattro chiacchiere sui suoi progetti, prima che riparta per inseguire spettacoli, provini, laboratori.
Torni a Roma, lì cercherai nuovi progetti teatrali. Ma sono sicuro che per gli artisti italiani il momento non sia dei più semplici.
Dal periodo del Neorelismo in poi, i fondi pubblici per lo spettacolo hanno subìto tagli progressivi, mai un incentivo. Pensa che la produzione cinematografica italiana è scesa drammaticamente al di sotto dei duecento film l’anno (negli Stati Uniti sono circa il quadruplo), numero su cui si attestavano le pellicole di 40 anni fa. E questo riguarda l’industria cinematografica. Nel teatro si sta molto peggio.
Ho un dovere di cronaca, lo sai. A Petrolio non ammettono deroghe. Bisogna che mi racconti la tua storia. A partire dall’incontro con il teatro.
È avvenuto a Francavilla in una maniera del tutto casuale, sostituendo un’amica in uno spettacolo organizzato e diretto dal professore Cosimo D’Amone. Andò molto bene quella prima volta e la collaborazione si è protratta per un paio d’anni, sempre sul terreno dei testi classici.
Dopo il liceo, una nuova vita a Roma. Ricordo che sei andata via, leggera, per studiare Medicina.
Ma la voglia di continuare quel percorso non si è spenta. Da subito ho cercato piccoli gruppi teatrali. Allora, certo, non vivevo questa passione come una possibilità professionale, ma restava una parte importante della mia vita, accanto agli studi di Medicina.
Gli equilibri tra queste due dimensioni, il teatro e la Medicina, si sono improvvisamente rovesciati. Vuoi raccontarci cosa è accaduto?
Amavo studiare Medicina ed ho sempre avuto ottimi risultati. Da borsista, nonostante non fossi ancora laureata, facevo già esperienza da internista. È capitato però che l’estate del terzo anno d’università fossi coinvolta in uno stupido e brutto incidente stradale. La rottura di una vertebra, per fortuna non letale, ha sovvertito la prospettiva a cui mi abituavano gli studi: da medico a paziente. In quel momento è cambiato tutto.
Avevi vent’anni.
Sì, una ragazza iperattiva, piena di energia, abituata a dormire una manciata di ore a notte. E mi ritrovavo costretta in un letto. Ci sono rimasta un anno. I medici mi hanno aiutato, davvero. Ma la vera salvezza per la mia mente è stato il teatro, il cinema in videocassetta, i libri. Alla fine di quell’anno, magrissima, esile, ma finalmente in piedi e libera da busti e tutori, ho partecipato a “Le Supplici” di Euripide, un testo classico riscritto e messo in scena da Vittorio Continelli. Si provava a Carovigno. Durante la preparazione dello spettacolo, c’era il momento dell’ascolto del palco. Stesa su una tavola di legno, avvolta da quel profumo – non posso dimenticarlo -, ho pensato che era proprio di questo che avevo bisogno. Dopo un anno all’inferno, avevo bisogno di esprimermi, di tirare fuori me stessa. Quel palco era un grembo materno, mi sentivo protetta. “È qua che voglio stare”. Mi sentivo fortunata.
Ti hanno salvato i medici, ma sembra averti salvato anche il teatro.
Tornata a Roma ho provato ad entrare nell’Accademia nazionale d’arte drammatica “Silvio D’Amico”. Inconsciamente sapevo che si trattava di una follia, un colpo di testa, ma volevo farlo. L’università non l’avevo mollata, ho continuato a sostenere esami anche durante quell’anno di degenza.
D’accordo, ma non lasciarci in sospeso. Cosa accadde con l’Accademia?
Una gioia, mi selezionarono per il provino. Un provino durato tre mesi. Ricordo ancora di aver mobilitato tutti i miei coinquilini nella preparazione de “La parrucca” di Natalia Ginzburg, un monologo di circa 4 minuti da presentare alla commissione esaminatrice. Sono entrata subito ed ho capito che non sarei tornata indietro.
Ben arrivata fra i dispari, Irene. Avevi ben presente la fatica del nuovo percorso, immagino.
Certo. Dal far accettare la mia scelta in famiglia, all’affrontare la complessità di un mondo fatto di gavetta continua e spesso di poche soddisfazioni economiche ed artistiche. Ma poi ci sono momenti che ti ripagano di tutte le difficoltà. Come la prima volta su un set cinematografico, di fronte ad una macchina da presa. Avevo la pelle d’oca.
La tua prima scrittura ufficiale?
Ero nel coro dell’”Elena” di Euripide. Anche qui, vedi che casualità, ricominciavo con Euripide. Un’esperienza che mi ha insegnato cosa vuol dire andare in tournée, passare l’estate su un furgoncino, tenere lo spettacolo e ripartire, caricare, scaricare, guidare, fare di tutto. Il teatro è anche questo, quando la produzione ha pochi soldi da spendere.
Da qualche parte bisognava pur cominciare.
Ma nel tempo sono arrivati lavori più stimolanti, come il teatro sistemico – un lavoro a metà fra la matematica e il teatro – con José Sanchis Sinisterra in Spagna, e ancora l’esperienza con la compagnia Psicopompoteatro di Manuela Cherubini, vincitrice del premio Ubu, il riconoscimento teatrale più importante in Italia. Con la Cherubini ho approfondito la conoscenza dei testi di nuova drammaturgia, autori contemporanei europei e sudamericani che hanno da dire qualcosa di nuovo. Testi scritti in maniera diversa e messi in scena lavorando sulla spazialità, sull’essenzialità delle linee, sagome o figure.
Spiegati.
Un esempio: in un spettacolo ambientato nello studio di uno psicanalista, siamo andati in scena in quattro attori e sul palco non avevamo nient’altro che una scatola cubica contenente oggetti fittizi, la cornetta di un telefono, uno specchietto. Parte della sfida era rendere l’immagine dell’ambiente scenico solo tramite l’uso del corpo e delle parole.
È vero che hai imparato anche a danzare?
Sì, ma da attrice. È un’esperienza di “teatro-danza” – per quanto la definizione sia limitante – che ho fatto grazie a Roberto Castello e Caterina Inesi. Confesso di essere entrata lì dotata della scioltezza di un tronco. E invece con pazienza e lavoro, ho partecipato ad uno spettacolo danzato. L’attore performativo rompe i confini fra danzatore e attore. La scelta poi è stata invertire i ruoli in scena: i veri danzatori facevano gli attori e viceversa.
Tanti registi e autori per arrivare a Peter Stein.
Peter Stein ed I Demòni di Dostoevskij, lo specchio dell’esasperazione dei nostri tempi. In assoluto, sinora il punto più alto della mia breve carriera. Stein mi ha affidato il ruolo di una isterica. Un testo impegnativo e faticoso. Lo spettacolo dura nove ore, tempo in cui gli stessi spettatori sono partecipi e coinvolti nel dramma ed alla fine felici – nonostante l’opera si concluda con una serie di suicidi – di aver partecipato ad un viaggio interiore.
A volte la popolarità passa anche attraverso lavori più immediati. Penso agli spot televisivi a cui hai partecipato.
Ho un sincero rispetto per tutti i lavori. Negli spot usi soltanto l’immagine, l’esteriorità. Io ho studiato per andare più a fondo e tirare fuori l’interiorità, mia e dei personaggi.
Perdonami, ma devo riportarti a Francavilla. Ti chiedo un giudizio sull’offerta culturale nella nostra città.
Mi guardo intorno e noto che negli anni l’unico contenitore culturale rimasto è il Cinema Teatro Italia. Le compagnie amatoriali, poi, sopravvivono a stento. Percepisco però voglia di fare, giovani che si mettono in gioco – penso ad Alessandro Zizzo con cui ho collaborato in diversi cortometraggi a cui tengo molto -, ma il talento e la passione a Francavilla non sono adeguatamente sostenuti. Nessuno di noi vuole fuggire dalla Puglia. In questi ultimi anni ammetto che qualcosa è cambiato in meglio. È un fatto oggettivo lo sforzo della Regione verso il cinema ed il teatro, con la creazione dell’Apulia Film Commission e bandi come Bollenti Spiriti e Principi Attivi. Stimo chi resta in Puglia, chi ce la fa e si impegna a costruire qui. Ma è tutta questione di opportunità.
Ecco, il teatro amatoriale. Non è una posa snobbish la mia, per carità. Ma possibile che spesso qui non si vada oltre i testi teatrali ormai datati e che quasi ci si vanti di riproporre periodicamente commedie come Niccu Furcedda o Filomena Marturano? D’accordo la tradizione – e con i piatti tipici noi ci si va a nozze -, però ci vuole senso della misura.
Bisognerebbe svecchiare il repertorio, sprovincializzarlo. Ma questo richiede persone formate e tanto tempo da dedicare alla preparazione degli spettacoli. C’è voglia e bisogno di andare in scena, è normale. Lo si fa nel tempo libero, un attore amatoriale ci mette passione ma non ha modo di studiare ed approfondire. E tuttavia questa non deve diventare una scusa per adagiarsi nella superficialità. A Francavilla manca una libreria degna di questo nome che possa proporre testi nuovi e creare occasioni di incontro con autori. Almeno, questa città meriterebbe una biblioteca pubblica attiva ed aggiornata.
Un pensiero insolente: sei pentita di non aver mai provato ad entrare in “Amici di Maria De Filippi”? Sembra che il successo artistico nel teatro, nella canzone e nella danza, oggi passi di lì. Le cose sarebbero state più facili, sai com’è.
Amici opera una mistificazione della realtà, suggerisce false speranze e manca di approfondimento. Dà false speranze perché fa passare l’idea che i risultati migliori possano essere ottenuti senza poi troppa fatica. Ci vuole studio alle spalle. Un approccio più profondo. E poi ritengo Amici un segno della decadenza culturale di questi tempi. C’è una scena di un film che ti consiglio, “Di me che cosa ne sai” di Valerio Jalongo, un’intervista fatta ad alcuni ragazzini che aspettano di entrare nello studio televisivo di Amici per far parte del pubblico, magari con il sogno di essere prima o poi protagonisti su quel palco. Conoscono benissimo i nomi dei personaggi del reality, ma alla domanda “Chi è Federico Fellini?”, ecco la risposta “È la mia scuola, dove vado regolarmente”.
Forse non così regolarmente. Ma tant’è. Piuttosto, il tuo desiderio professionale?
Cinema. Faccio la gavetta anche lì.
Allora devo proprio chiedertelo: un film che, semmai lo rigirassero per la prima volta, faresti carte false per interpretarlo?
La classe operaia va in Paradiso. Avrei voluto essere Gian Maria Volonté. E poi, rossa per rossa, Cate Blanchett. Hai visto che interpretazione in Elizabeth e I’m not there, il film su Bob Dylan?
Per carità, Bob Dylan non posso soffrirlo. Avesse interpretato Joe Strummer.
Ah, prima di andare, un’idiozia per la testa: un attore ama in maniera teatrale, melodrammatica?
Qui siamo tutti melodrammatici. Amo con passione. Il mio lavoro e chi amo quando amo.
Chapeau.
Tags: cinema, francavilla fontana, irene vecchio, teatro, tv amici
ottobre 16th, 2009 at 09:29
..complimenti bella intervista! Bravi e Brava.
ottobre 16th, 2009 at 10:44
Uh che sorpresa!!!
Con Irene ho avuto una piacevolissima conversazione la sera della notte degli imperiali,parlammo di fotografia,ignorando del tutto il fatto che lei fosse un’attrice.
Ne approfitto adesso,e ringrazio il petrolio’s team per questo,per farle i miei più sinceri complimenti
brava Irè,auguroni
ps:ora,io so che agli attori di teatro si augura di avere tanta merda in faccia ma non ne sono sicurissimo.Eventualmente portasse bene……
:)
ottobre 16th, 2009 at 12:25
Beh, ho trovato il petrolio, sono due giorni che leggo quest’angolo di web e lo trovo bello, pieno, complimenti! L’intervista è un bel racconto di vita, in bocca al lupo per il futuro!
ottobre 16th, 2009 at 13:04
Bellissima intervista.
Quando leggo di queste cose mi si riempie di gioia il cuore.
I migliori auguri a Irene per la realizzazione dei suoi desideri
professionali e per la sua carriera.
ottobre 16th, 2009 at 16:27
e chi non avrebbe voluto essere Volontè?
Bella intervista. Bella Irene.
Bel petrolio
ottobre 16th, 2009 at 21:46
DOMENICA 18 OTTOBRE INIZIANO I PROGRAMMI DI PINK ROOM RADIO!
Domenica 18 OTTOBRE sarà la giornata dedicata all’inizio dei programmi radio di Pink Room Radio in collaborazione con il collettivo Pink Room Studio.
Oltre a “Contatto diretto” che abbiamo già avuto modo di presentarvi, da domenica vedrà la luce l’appuntamento con “Caffè letterario” in compagnia di Davide Sportillo: un modo informale e piacevole di ascoltare letteratura e musica accompagnandosi con un buon caffè.
Durante il primo incontro di “Contatto diretto”, invece, avremo la possibilità di fare una chiacchierata con alcuni dei protagonisti dell’interessante iniziativa “FUORINFORMAZIONE” che si terrà il 29 ottobre alle Officine Culturali Ergot di Lecce.
Da loro ci faremo raccontare l’intento e gli obiettivi di questa importante iniziativa.
La domenica diventerà per Pink Room Radio la giornata dedicata alla diretta.
Questi gli orari per domenica 18:
ORE 17- appuntamento con “CAFFE’ LETTERARIO”
ORE 22.15- appuntamento con “CONTATTO DIRETTO”
Non potete mancare!
ottobre 17th, 2009 at 00:44
Gli incidenti devono avere un particolare effetto catartico…. purché gli si sopravviva.
Ho cominciato a pensarlo dopo aver letto Marco Montanaro ma dopo questa intervista sta diventando una convinzione.
Anch’io sono reduce di un grave incidente stradale a cui sono sopravvisuto per una serie di circostanze fortunose.
Erano le ore 22:20 del 23-12-2002 mentre guidavo ascoltavo la diretta radiofonica di radiorai della trasmissione di Raiuno che trasmetteva in diretta il monologo di Benigni che recita la Divina Commedia.
Assistevo impotente allo sbandamento dell’auto che rimbalzava da un punto all’altro della carreggiata e di quei lunghi secondi ricordo solo le parole di Benigni.
In quel momento l’attore toscano stava recitando il canto del paradiso in cui San Bernando chiede a Maria, Madre di Dio di dare una stilla di immortalità a Dante sufficiente così che potesse ammirare la Gloria di Dio senza averne conseguenze nefaste.
Una volta ripresomi mi procurai il testo dell’opera e con mia somma meraviglia lessi qualche passo dopo quello riportato da Benigni mentre ebbi l’incidente, che Dante avuta la beatifica visione di Dio ebbe a dire:
“”" Qual è colui che sonniando vede,
che dopo il sogno la passione impressa
rimane, e l’alato alla mente non riede,
cotal son io, ché quasi tutta cessa
mia visione, ed ancor mi distilla
nel core il dolce che nacque da essa “”"
Pazzesco Dante stava descrivendo quanto era accaduto alla mia mente dopo essere sopravvisuto al grave incidente… A quel punto ho pensato che l’implorazione di San Bernardo mi ha riguardato direttamente.
—
Comunque, tanti auguri e buona fortuna a Irene.
ottobre 19th, 2009 at 15:11
Potrei avere dei consigli/suggerimenti da Alessandro Leo su quello che dovrebbe essere il repertorio teatrale da offrire al pubblico francavillese???
Se Nniccu Furcedda, Filumena Marturano e compagni non vanno bene, cosa proporre?
Qualcuno ha mai letto il testo di Nniccu furcedda? Qualcuno sa quanto sia difficile studiare un testo in salentino del ‘700? Qualcuno conosce veremente il personaggio Nniccu furcedda? Il sottoscritto ha interpretato Nniccu furcedda nel 2004 e non è stato semplice entrare (veramente) nel personaggio.
Grazie
Giuseppe Agnusdei (Pseudo Attore amatoriale)
PS
Un abbraccio alla grande e bellissima Irene. Io, forse, avrei preferito vederla col camice da medico.
PPS
Complimenti a “Petrolio”
ottobre 19th, 2009 at 16:41
… e mica sono attore, io! Fatti la domanda e datti la risposta.
E soprattutto leggi bene l’intervista e la risposta la trovi tra le righe.
Se poi pensi che la tua grande sfida attorial.amatoriale sia interpretare le gesta di Roccu Spiddecchia, che pensi ti possa dire?
A conti fatti, se ti diverti tu…
ottobre 19th, 2009 at 18:13
Ti chiedo umilmente scusa.
Pensavo fossi in grado di dare una risposta. Evidentemente hai formulato domande preparate da qualche altro.
“.. e mica sono attore, io” . Una risposta da decerebrato.
Grande sfida???? Se ti diverti tu??? Leggere tra le righe???
Se queste sono le tue risposte, allora è meglio se cambi mestiere.
Io la risposta l’ho letta, molto bene. Ti sfugge allora il vero problema.
L’arroganza. L’arroganza di gente come te, di tutti quelli che pensano di essere grandi attori, grandi registi, grandi esperti di teatro. La tua risposta è piena di arroganza. Da quanto tempo non vedi un’opera teatrale.
Conosci tutte le rassegne che hanno fatto a Francavilla in questi anni????
Tempo fa Chicco Passaro ha messo in piedi una rassegna teatrale con opere “diverse”. Sai quanta gente c’era in sala? quattro gatti (me compreso).
Ti posso assicurare che le compagnie erano di ottima qualità. Ma tu forse eri impegnato a fare altro.
La mancanza di testi???? La risposta sarebbe sempre la biblioteca????
In rete si trovano tantissimi copioni. Conosci Daniele Falleri, Samy Fayad???? No. Conosci Gino Cesaria??? Hai visto qualche suo lavoro???
Hai visto la “Cena dei Cretini”???? “Ora d’aria”? Qual è l’ultima opera teatrale che hai visto???
….”la tua grande sfida attorial.amatoriale sia interpretare le gesta di Roccu Spiddecchia” …
Io mi sono divertito molto nell’interpretare Nniccu Furcedda, così come le diverse centinaia di spettatori presenti in sala, ai quali la mia compagnia ha regalato due ore di divertimento.
Io mi ritengo un attore amatoriale, pieno di umiltà e consapevole dei propri limiti. La passione però è tanta, tantissima. L’unica arma in mio possesso. Lavorando 12 ore al giorno è difficile “formarsi”.
Ma cosa ne vuoi capire tu.
“Fatti la domanda e datti la risposta”?????
Quale sarebbe, allora, il senso della misura???? Se hai fatto questa domanda avrai una tua idea…..hai idee????
Cordiali saluti
Giuseppe Agnusdei
PS
Devo ricredermi…. Al mio amico Sergio parlerò “molto bene ” di te.
ottobre 19th, 2009 at 18:46
Caro Giuseppe,
volessi risponderti male ti direi che l’ultima opera teatrale a cui ho assistito è la messinscena della tua idiozia, su questi schermi. Scritta male, coloratamente confusa e noiosamente prolissa.
Ma dal momento che voglio adoperare tutto il capitale di pazienza, tolleranza e comprensione che mi proviene da assidue e costose lezioni di training autogeno ancora da ammortizzare, ti invito a prendere una birra una sera di queste con l’amico tuo Sergio. Ovviamente paghi tu per riparare alle offese gratuite. O paga l’amico tuo Sergio, fate voi.
Sorrisi vari.
ottobre 19th, 2009 at 18:51
Chi t’estra…
No’ mi mittiti ammienzu a me, ca la birra no’ ve la paju!! Se volete, io ci metto giusto il fegato.
ottobre 20th, 2009 at 16:28
Senza entrare nel merito della diatriba in corso sopra evidenziata
con fare da paciere (nessuno qui in questo blog ha bisogno di assistenza
nel difendersi poiché sono altri a Francavilla che avrebbero
bisogno davvero di aiuto per non essere linciati in pubblica
piazza per le loro misfatte (vabbé va, parlo dei soliti politici
& C….)), vorrei dire la mia.
Da cittadino ignorante di teatro (pur conoscendo bene gli
impegni ed i sacrifici che comporta il praticarlo) anche io
ammetto di averne le balle piene delle solite commedie
popolari in dialetto. Mi chiedo che senso ha riproporre sempre
le stesse cose trite e ritrite? Basta! Non sarebbe meglio
per considerazione personale dei nostri attori
dedicarsi a qualcosa di maggior impegno e levatura
culturale? Preparare opere teatrali come drammi, opere di impegno sociale,
oppure con risvolti culturali più ampi? La gente non deve
pensare che il teatro sia solo parolacce di attori e conseguenti
risate, il teatro è nato per rappresentare TRAGEDIE E DRAMMI
(ah beati i cittadini della Grecia antica!). Questo perché il
teatro ha una sua funzione sociale importantissima e cioè
quella di essere lo specchio della nostra società, con tutti
gli annessi e connessi!
Rileggendo poi la parte dell’intervista incriminata ho
notato che veniva espresso più o meno lo stesso
concetto, e cioè che oltre le commedie di tradizione
popolare c’è un intero mondo da esplorare, appunto
a tutto c’è una misura.
ottobre 20th, 2009 at 19:22
Beh se il teatro è lo specchio della società il teatro francavillese è lo specchio di una società di parolacce e conseguenti risate. Mi sembra che fili liscio.