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Fenomenologia del fighetto franchiddese
Scritto da Petrolio,
giovedì 11 febbraio 2010
[Testo di Mariagrazia Gallù]
Mentre nel parlato quotidiano in bretone patria ritroviamo aggettivi quali cutting-edge, tradotto con il termine a la mode nella variante transalpina, nel nostro ridente paesino nella migliore delle ipotesi potremmo essere additati con un fighetto (foto in alto: esempleare di homo fighettus discotecarus NdR) . Parola che, in tal caso, viene impiegata per indicare tutti coloro che, alla faccia di salati indebitamenti e spasmodiche e interminabili ricerche alla volta di mete impervie, sono schiavi delle mode. In particolare intendo qui discutere di tutte quelle mode che nascono nel settore abbigliamento, attecchiscono fra gli ignari compaesani e in una breve stagione battono dipartita, senza potervi scorgere il benché minimo barlume sociologico.
Bene, chi vive e frequenta Francavillae ben sa che, oltre ad essere patria di manciati, viali senz’anima e chiazze, è da sempre centro nevralgico di coloro che vogliono sentirsi un po’ trendsetters. Quale torbido motivo spinge da tempi immemori intere generazioni di francavillesi a trascorrere i loro weekend in grossi centri commerciali, alla ricerca di questi benedetti capi monomarca, nell’infinita attesa che venga il dì di festa per sfoggiarli? E perché nel momento in cui verrà rivolto loro il tanto agognato complimento, ribatteranno con studiata noncuranza e senza il benché minimo pudore che “ma nooo, è un nulla di ché”? Perché non ammettete, cari ragazzi, che una delle ragioni che vi spinge ad alzarvi dal letto ogni mattina, è il trench BurbeTTys (i nomi dei marchi sono modificati NdR), o le scarpette HoBan, o che ne so, le borse BArbonese o quei orripilanti jeans Crichmond, stampati a caratteri digitali sui vostri intimiditi didietro?
Ma cominciamo dal principio. Dopo essermi stato posto l’ingrato compito d’affrontare il problema, mi sono tosto resa conto che per giungere al nocciolo della questione avevo necessità di fare una full immersion in questa palpitante materia. Così ho deciso, nel tentativo di essere sufficientemente attendibile, di approcciarmi in linneatico modo alla questione: ho fatto una passeggiata nel mio paese di residenza cercando di cogliere le tendenze che ormai fanno parte del nostro quotidiano. Suvvia, non prendiamoci in giro, le mode si son sempre seguite. Ad esempio, quando anch’io ero una ragazzetta, non vi si poteva proprio rinunciare al BarbouN…ve lo ricordate?! Quella giacca a vento, unta e maleodorante, che già di suo costava una cifra, ma che senza l’apposita imbottitura in simil pelliccia non ti faceva andare da nessuna parte, causa morte per assideramento. Ricordo che da un giorno all’altro tutte/i a indossarono le NewbOlance. O le CamVer. I più ricercati le Twin camVer. Che erano praticamente due scarpe spaiate, ma vitale era che vi fosse stampato a caratteri cubitali il marchio aziendale sotto, ché se uno ti incontrava e ti chiedeva se avessi bevuto, tu gli potevi prontamente ribattere: “Ma sei pazzo? Sono le nuove CamVer” e te ne andavi snobbando il così antiquato interlocutore. E le LaToste?! Dove le vogliamo mettere? Bene, vi svelo il segreto numero uno: si potevano facilmente scovare facendo una capatina il sabato mattina in zona peschiera fra le cosiddette “pezze” presso la baracca di Giuseppe, al modico prezzo di lire duemila. E magari tentavi pure di fargli la cresta, ché così potevi comprarti le sigarette. Meno anni addietro ci invasero le PraGa”… quant’erano brutte. Scarpe bianche con il logo a stampa multipla lungo le cuciture. Ecco, adesso la mia coscienza mi costringerà a svelarvi il segreto numero due. Anch’io avevo il BarbouN e le NewbOlance. Come tutte le mie compagne di liceo.
A quei tempi la necessità di seguire i trend fra i maschietti era indirettamente proporzionale alla loro voglia di giocare a pallone. Erano liberi da queste ossessioni. Si preoccupavano al massimo i lunedì mattina, durante l’intervallo, di stilare la classifica del fantacalcio, e ogni tanto di sfidarsi a singolar tenzone davanti a un videogioco dal Biondo. Un po’ li invidiavo: beata innocenza. Dovevano piuttosto impegnarsi ad essere simpatici (ma anche quello li veniva naturale, pfff) e farsi bene la riga col pettine. Poi un giorno, tutto cambiò. Anche loro non furono più li stessi. Cominciarono a mettersi le magliette UmVro e le scarpette Dirkevatteneapesca nel tentativo di emulare uno qualsiasi di questi calciatori-idoli. Credo sia stata quello l’inizio della fine. Senza dimenticare i talkshow pomeridiani, ovviamente. Ah si, e i reality.
Ecco quello che sto cercando di dire, per tagliare corto, è che prima si era un po’ più moderati, meno “a stampo”. A meno che tu non sia, caro lettore, un reduce della New York anni ‘80 e ti stessi ancora chiedendo cosa indossare il sabato sera prima di recarti al Club54 e sei in tal caso giustificato. Ora a Francavillae, dato che non si presenterà mai la pur minima possibilità d’incontrare Donna Summer o David Bowie, perché questa tensione, non verso l’Infinito, ma verso lo shopping sfrenato? Siamo diventati tutti identici. Se sei in piazza, e non ti riescono a vedere in viso causa folla, ora è tutto più semplice: basta farti riconoscere dal logo. E non parliamo dei genitori. Se ci scambi due parole, ti lasceranno intendere la loro filosofia a riguardo, riassunta in un: “Suo figlio sì, e il mio non ce l’ha? Non sia mai”. E via, alla faccia della crisi, indebitiamoci pure, ma la nostra brava Wuitton proprio non può mancare alle nostre figlie per andare in facoltà, eh? Altrimenti, come minimo, saranno considerate delle sprovvedute. Poi un bel giorno, arrivi alla soglia dei trent’anni e dramma: ti rendi conto di aver speso una fortuna in abiti e accessori, ma che in compenso non hai mai messo il naso fuori di casa. Escludendo la tua gita di quinto.
Tags: francavilla, francavilla fontana, giovani, piatti tipici, piazza umberto I

febbraio 11th, 2010 at 18:14
Eh, si stava meglio quando si stava peggio.
febbraio 11th, 2010 at 18:23
petrolio parruccone o petrolio fuori moda? chi lo sa!
febbraio 11th, 2010 at 19:02
Bello! questo si che è dirla tutta. E gli scirttori che fanno tendenza? Quelli chi li compra? Sarebbe bello vederci in giro tutti con un bel libro sotto al braccio, o anche soltanto un giornale, uno qualsiasi. Non le Hog…non so cosa…un libro fallito chi non ce l’ha!
febbraio 11th, 2010 at 21:22
Io le hoganz non ce l’ho, è brutto sentirsi diversi ):
Bell’ articolo!
febbraio 11th, 2010 at 22:43
aggiungiamo il flickr di pasta tra i link di destra? eh? eh?
febbraio 11th, 2010 at 22:45
volevo dire, i link “a” destra, eh.
ah ah ah ah ah.
febbraio 12th, 2010 at 01:06
aggiungiamolo aggiungiamolo
febbraio 12th, 2010 at 01:35
Quanti ne ho visti di tipi così. E quante volte ho pensato, non all’errore, ma allo spreco e l’inutilità di questa moda. A me, in fondo, bastava avere un boxer e una maglietta.
febbraio 12th, 2010 at 02:25
aggiunto, cara pasta.
febbraio 12th, 2010 at 10:50
ahhhh… la gita di quinto… io sono tutto il contrario di questo articolo… ma niente gita di quinto… FIGLIO DI PUTTANA !!!
febbraio 12th, 2010 at 12:28
Il “fighetto franchiddese” e’ stato tutto documentato qui:
FRANCAVILLA IS BURNING
http://www.youtube.com/watch?v=EDPK10K5kKw
febbraio 12th, 2010 at 13:21
siete dei grandi! lasciatevelo dire da una SPROVVEDUTA!!!!!!
febbraio 12th, 2010 at 13:40
Credo sia arrivato il momento di intervenire, anche se avrei preferito rimanere a girarmi i pollici mentre vi “osservavo” scannarvi/mi virtualmente. Caro Vitt88, ti sono vicina, ma credo sia tutta colpa del sistema, come sempre. O di Brunetta. Ma è lo stesso. Caro Pinocchio, chiunque tu sia, ti sei mai domandato come ci si senta ad avere un giornale fallito? C’è gente che, anzichè con un libro, gira, specie in estate, con un giornale sotto il braccio. Ma non oso dirti per qual motivo. Caro Lucepotabile: http://www.affaritaliani.it/rubriche/Globalist/caduta_muro_berlino_germania061109.html
Infine, Sergio: “PretaPorter” o “PortaaPorta”?
febbraio 12th, 2010 at 14:46
Mariagrà, ma che vor dì?
Con quell’articolo che mi hai suggerito, e che ho letto, vorresti dire che il crollo del muro di Berlino ha influito negativamente sull’abbigliamento dei francavillesi non-nerd? O che la situazione in Bielorussia e Darfur possa condizionare il mercato tarocco di occhiali da sole? Proprio non capisco.
Io credo che il fighetto-a-tutti-i-costi abbia la propria ragion d’essere in una mancata cultura del gusto, ben alimentata da una cultura televisiva poco accorta nei confronti dei moti intestinali di chi non condivide certi stili. Ma credo che il problema sia sempre lo stesso: se fino agli anni ‘70 la televisione influiva sulle masse con un certo tocco di classe, ora non lo fa più, ma continua ad influire. Cosa è cambiato veramente? Non penso che mia zia e suo marito si vestissero in certo modo perché non erano fighetti. Lo erano anche loro, coi pantaloni a zampa e il caschetto. Forse, “prima”, la Wuitton non c’era, ma c’era la Vespa, c’era l’abitino a pois, c’era qualcos’altro che sicuramente ha segnato la storia del gusto, e che non c’entra niente con le Wuitton di oggi (davvero Wuitton, perché in buona parte, quelle al braccio delle diciottenni, sono Vuitton false). Sicuramente, “prima” non c’era la crisi economica di oggi, e si era forse più legittimati ad alimentare il mercato di “cose fighe”, ma non dirmi che i fighetti sono apparsi negli anni ‘90.
Non ci credo.
febbraio 12th, 2010 at 15:37
Caaaaaro Gabriele, avverto (ma forse mi sbaglio) dalla tua una certa foga, dimostrando di certo un sentito interesse alla questione, e perciò ti ringrazio anticipatamente. Comunque non ho mai detto, se hai ben letto l’articolo ( che di suo vorrebbe essere un ironico sbeffeggiamento e nulla di più) ” L’HOMO HERECTUS FIGHETTUS” nasce negli anni ‘90… anche perchè, personalmente l’unico ricordo che ho degli anni ‘90 è il karaoke e le boibends. Di certo convengo con te che negli anni ‘70 ( ma anche durante il paleoloitico,perchè no?) si saranno seguite delle mode, dei trend, dettati dal gusto, dal contesto culturale, politico ecc. ecc. Ma senza dubbio, credo che il termine “fighetto” sia stato coniato in quel decennio (magari prima di allora si denominava la categoria in maniera differente). Quindi fai bene a non crederci, perchè forse hai, perdonami, travisato il senso. E non contesto la sua ( del fighetto n.d.r) ragion d’essere, tutt’altro, ma permettimi di dire che non condivido la sua ragione sociale.. e con quest’ultima non voglio far riferimento di certo al diritto commerciale, ma allo scopo, il fine della medesima. Se mi avessero chiesto: “Ci scrivi un excursus sulla storia della moda?!”, ti darei ragione, ma orsù, devo pure dir la mia. E perdonami per il link prima azzecatoti, ma ho un difetto, più grande di tutti: amo prendermi poco sul serio.
febbraio 12th, 2010 at 16:59
dio quanti cliches.
dio quanto provincialismo.
grrrrrr.
Chiedo al Sig. Petrolio, ove possibile, di provvedere alla stesura di un -contro-testo relativo alle tendenze della spocchiosa categoria N E R D (attori, scrittori, designer&illustratori, pittori&scultori, musicisti e chi più ne ha più ne metta! ). Ribadisco spocchiosa.
Si potrebbe cominciare dall’irrinunciabile occhialetto WHY FAI, must degli ultimi anni e pass per tutte, o quasi, le rassegne culturali di francavilla. O francavillae.
Ci sarebbe molto da scrivere. Già.
febbraio 12th, 2010 at 17:41
Caaaara Mariagrazia, nessuna foga, solo constatazioni.
Mi sono semplicemente attenuto a quanto hai scritto nell’articolo, all’interno del quale le ragioni sociali, di cui accenni nel commento, non sono presenti. Se qualcuno più attento di me riuscisse a scovarle, potrebbe farmelo notare in questa sede? Io leggo una sfilza di marchi più o meno sfoggiati dai gggiovane de francavillae e non solo, giustificata da un argomentazione già sentita milioni di volte, e che potrebbe essere risintetizzata nella celebre formula: “alli tiempi mia no era cussì”.
Ora, io ho manifestato la mia mancata condivisione di questa prospettiva attraverso il primo ironico, poco serio, commento. Poi, se tu rimandi tutto al 1989, io ti rispondo.
Seriamente, Gabriele.
febbraio 12th, 2010 at 18:15
non ci sono più i luoghi comuni di una volta.
febbraio 12th, 2010 at 19:59
il fighetto francavillese è una figura sociale che fonda tutto su una certa possibilita economica che gli permette di poter avere tutto cio che puo essere comprato
che sia ignorante come una bietola o colto il suo denaro lo portera irrimediabilmente ad essere cafone ed arrogante.
il cattivo gusto non sempre è associabile al fighetto.
febbraio 12th, 2010 at 20:32
E chi compra all’usato perchè ffa ffigo? rientra nella categoria?
febbraio 12th, 2010 at 21:02
Maria Grazia hai sintetizzato bene il fenomeno della MASSIFICAZIONE popolare. Che non è solo a Francavilla F. ma purtroppo in tutta Italia. Fenomeno che ha portato ad un innalzamento della mediocrità nella ns società. Gli economisti (attenti sono come i maghi ha detto il Papa poco tempo fa) lo chiamano guaio intergenerazionale. Gli errori di una generazione ricadono sulla successiva. Quindi se i nostri nonni hanno fatto la guerra e si sono preoccupati dei loro figli, i loro figli dei loro figli….. le due generazioni successive al dopoguerra si sono “addimenticate” quali sono i veri beni e servizi utili e necessari, come l’educazione civica. E’ un problema internazionale.
Anche i forum dei giovani di Parma sono come quelli di Francaidda, hanno realizzato anche un jiingle che Repubblica ha notiziato. Quindi… tuttu lu munnu è paisi. cià
febbraio 13th, 2010 at 16:13
Nooooo…non mi potete togliere la speranza, l’illusione, che un giorno alla chiazza possa incontrare David Bowie…comunque ottima fotografia di Francavillae, come ben dicono all’estero (Oriae, Torrea, Latianoa etcetere,etcetera): “Lu Francchidese???” “Scarpa ssittata”
febbraio 13th, 2010 at 22:45
Condivido e quoto il commento di YOgurt.
Aggiungo e specifico.
Il post di Mariagrazia è il tipico modo di ricercare e/o attribuirsi una propria identità “a contrariis” ciò mediante lo stigma di una diversa da cui si prendono le distanze.
Sin qui tutto ok.
Le cose si mettono male – ma molto male – quando dal criticare la massificazione prodotta dalla moda di andare per etichette si giunge a ragionare (qui YOgurt ha ragione: si tratta di provincialismo) per etichette creando quella del fighetto.
Allora facciamo attenzione ad una cosa fondamentale: TRA LA MASSIFICAZIONE DI CHI SEGUE LE ETICHETTE DELLA MODA E LA MASSIFICAZIONE DEL RAGIONAR PER STEREOTIPI (appiccicando l’etichetta di “fighetto” ad un gruppo di persone) QUEST’ULTIMA E’ DI GRAN LUNGA LA PEGGIORE E CATTIVA: infatti chi segue la moda può anche darsi non sia massificato non potendosi escludere che lo faccia scientemente per piacere mentre il mettere l’etichette sulle persone è sempre una sorta di gregarismo (anticamera e presupposto dell’esser fascisti).
Ma andiamo alla massificazione, quella vera.
La vera massificazione non sta nell’uso coatto delle etichette che – al limite – è un effetto. La massificazione in Italia si sviluppa sulla linea del “SUCCESSO” e “DELL’AVER SUCCESSO” grazie alla sapiente regia di un comunicatore-affabulatore del calibro di Maurizio Costanzo e, in un secondo momento, di sua moglie Maria De Filippi.
La attuale massificazione italiana che ci mette ai margini delle riforme liberaldemocratiche europee facendoci rotolare lungo il crinale di una grave decadenza nazionale è stata diffusa dalla cultura del successo del duo Costanzo&Defilippi la quale ha preparato e spinto la famosa discesa in campo del self made man, del siur brambilla divenuto ricco, di successo.
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NON PENSO CHE IL PROBLEMA DI QUALCUNO DI VOI SIA DI NON AVER AVUTO SUCCESSO ALTRIMENTI NON MERITERETE DI ESSERE IL NUOVO DOPO LA CADUTA DELL’ATTUALE ARCHEOCRAZIA.
febbraio 13th, 2010 at 23:23
Credo che le mode siano un fatto ordinario, se non generazionale.
Diciamo che oggi i paninari sarebbero troppo indietro, perché riuscivano ad essere “alla moda” più per necessità, che per sfizio.
Credo che aldilà “dell’occhialo” WHY FAI o giù di lì, uno stile te lo puoi creare anche il sabato mattina recandoti al mercato presso le cosidette “pezze americane”. Ma il colmo è che se oggi andate alla Montagnola di Bologna, le cosiddette pezze hanno lo stesso prezzo di mercato delle originali (ma le prime sono usate…!!!). Questo grazie a fenomeni come il vintage o comunque ai continui revival modaioli… chi non si è accorto dell’incremento di prezzo delle Converse?
E i giovincelli d’oggi che vestono larghi o che voglion sembrare trasandati perché fa tanto figo, “quannu pi lu pantaloni coppà agghiu spinnutu 100euro!” — traduz. “quando poi per il pantalone ho speso 100 euro compare/amico”.
Ma questa comunque non vuol essere la rubrica costume e società!
Penso che a volte la gente non dia il giusto valore al denaro, anche in tempi come questi, di crisi. O probabilmente, non comprende che magari il denaro a volte può essere un mezzo utilizzato per avere una vita dignitosa o un’istruzione e non per farti unicamente apparire ricco! Perché tra le due cose c’è una bella differenza. Vedo ragazzi di vent’anni o poco più girare con macchine costose perché “fa figo, coppà”. Ed in realtà è il regalo per i loro diciotto anni e non hanno nemmeno un lavoro. E i miei di regali per i diciotto anni furono due libri di Pennac, un cd degli Who e una finta cornice etnica…
Eppure forse non avrei voluto nient’altro!
Penso sia scandaloso che a Francavilla non esista una libreria “degna”, e con ciò intendo un posto dove poter leggere (come invece vi è a Manduria!) e che invece ci siano 125 bar (contati personalmente lo scorso Natale).
….Poi mi chiedo: ma quanti caffè prendono i francavillesi?
Culturalmente parlando (e tralasciando il buon vecchio Bungaro) a Francavilla ci potrebbe essere molto da fare. E che forse oggi esser fighetti voglia dire semplicemente ” star bene anche se alla fine si sta male”.
qualcuno diceva:
“come pararsi il culo
e la coscienza è un vero sballo
sabato in barca a vela
lunedì al leonkavallo
l’alternativo è il tuo papà (x 2)
sui giovani d’oggi ci scatarro su
sui giovani d’oggi ci scatarro
sui giovani d’oggi ci scatarro su
sui giovani d’oggi ci scatarro”
- fine delle trasmissioni
febbraio 14th, 2010 at 13:43
Il “fighetto franchiddese” è un povero ignorante, peraltro
foraggiatore del consumismo italiota.
Non c’è nient’altro da dire.
febbraio 14th, 2010 at 15:04
Ecco l’etichetta come pregiudizio:
“il fighetto francavillese”
peggio delle etichette usate da chi – come dice jacklamotta – insegue un fatto ordinario e generazionale.
E’ evidente che chi crea etichette sulle persone è uno SPIRITO GREGARIO, caro francavillese_DOC.
febbraio 14th, 2010 at 20:57
E’ chiaro che c’è, in questo post, l’intento di trattare il tema in maniera ironica, eppure le reazioni che si sono susseguite hanno puntato il dito su un rischio concreto: il rischio che si cadesse in un pregiudizio moralistico, direi in una serie di considerazioni tutt’altro che laico-liberali. Se c’è una cosa che tutti dovremmo imparare nel rapportarci col mondo, beh quella è che non ci dovremmo fermare alle categorizzazioni, ad esempio, tra i fighetti disimpegnati e gli intellettuali a cui non interessa apparire ma solo essere. Ovvio che nessuno poi si lascerebbe iscrivere a nessuna delle categorie, ma così è troppo facile. A me delle marche non frega nulla, ma trovo che la ostentazione della “non marca” sia una ideologia non meno di quell’altra. Quando frequentavo il liceo, ricordo che c’erano gruppetti di ragazzi/e che classificavano altri sulla base della loro passione per la moda (da sempre considerata la più frivola della passioni). In questa “partita”, vi era una contrapposizione che poi portava (sempre e, per assurdo, ancor più oggi sotto Berlusconi) dritti dritti alla politica: il destrorso che pensava alle robe superficiali e il sinistrorso con la testa troppo impegnata per poter pensare alla maglietta da indossare. In quella ricostruzione magistrale che faceva Paolo Villaggio, il leader di una certa sinistra che era tale in quanto non aveva mai scopato. Il sesso? Roba da piccolo-borghesi! Ma, cavolo, erano gli anni settanta. E come si può vedere non si tratta(va) di un’esclusiva francavillese.
Insomma, ritengo che c’è il rischio di essere, per paradosso, specularmente affrettati nel ritenere che l’interesse per un capo firmato sia inevitabilmente indice di qualcosa (in particolare, di pochezza). Credo che se ci si liberasse di certi stereotipi ognuno farebbe davvero un favore a se stesso e vivrebbe meglio, nella diversità e nella capacità di confrontarsi con l’altro.
febbraio 15th, 2010 at 01:33
Personalmente concordo con Sergio.
Ho trovato l’articolo molto interessante e mi è piaciuta la verve con la quale Maria Grazia ha saputo affrontare l’argomento, padroneggiando il linguaggio con maestria.
tuttavia oltre questa valutazione formale, è su alcuni contenuti che mi trovo in disaccordo. sia perchè, come dice sergio, ostentare di non avere interesse per la moda, o che peggio essa sia indice di frivolezza, potrebbe indurre chi lo pensa a entrare a far parte della corrente opposta, e dunque conformarsi a sua volta;
sia perchè molto spesso chi è tra gli “alternativi” non segue una moda del tutto personale e lontana dai marchi, anzi ne fa ampio uso e spesso non spende neanche meno.
a volte si critica una scarpa perchè costa 100 euro e soprattutto perchè è un modello da fighetto, però poi si spende altrettanto per comprare la converse ultimo modello, piuttosto che una globe o etnies o vans o una delle tante altre marche da alternativo.
o ancora è vero che un jeans richmond è costosissimo, ma spesso il look finto trasandato nasconde un pantalone charrart o wrangler che non si compra certo a 10 euro.
potrei andare avanti a lungo, ma quello che vorrei dire è che forse ciascuno di noi in fondo adotta uno stile e non sempre lo fa privandosi dei marchi.
perciò se i “fighetti” con i loro monclair sono tutti uguali, siamo sicuri che anche il manipolo di etnies e franklin&marshall non sia da meno?
insomma prima di bacchettare il “fighetto”, chi non ha mai peccato… scagli la prima converse!
febbraio 15th, 2010 at 01:46
Il fighetto francavillese ESISTE, come anche il piccione della chiazza.
E’ inutile negare che essi sono tra noi e si concentrano in massima parte nella zona chiazza.
Sarà discriminante etichettare il fenomeno?
Onestamente, mi sembra un cazzata, anzi no, una GRANDE cazzata… prova a chiedere ad un medico, ad un ingengere o ad un sociologo a non dare una “etichetta” al fenomeno che studia o descrive.
Per cui, etichettiamo, magari senza discriminare…
Però, io lo discriminerei anche…
cioè, a me il “fighetto della chiazza” non va giù…
mi riferisco alla fenomenologia dello stereotipo “fighetto”, quindi non per forza di TUTTI coloro che vestono “trendy” e frequentano la chiazza.
Onestamente, nei casi migliori, è robba da Maria de Filippi, inutili “poser trendy”, che hanno litigato con la lingua italiana e rubano dallo stipendio dei genitori i soldi per comprarsi scarpe che non potrebbero permettersi…
nei casi peggiori, si tratta di ragazzi con la cocaina facile e il macchinone da 250 all’ora…
Insomma, in tutti e due i casi, mi pare deleterio…
Per quanto mi riguarda, io sto ancora frugando nell’armadio alla ricerca dell’abito per la serata allo Studio54….
quand’ecco che appare un bel completo tigrato…
febbraio 15th, 2010 at 02:13
è assolutamente vero che molta gente compra roba che non potrebbe permettersi,
ma siamo sicuri che i sacrifici li facciano solo i genitori dei fighetti?
o anche comprare una felpa “alternativa” a 90 euro (perchè li felpe alternative tantu costunu!) non sia una spesa superflua e quindi da questo punto di vista cui accennavi, ugualmente deleteria?
la differenza è che spesso categoria degli alternativi si erge a moralizzare gli altri… per cui secondo me a prescindere dallo stile, chi può prendersi il lusso di criticare deve essere fuori da ogni stereotipo modaiolo.
non intendo che debba essere demodè, ma che non debba servirsi di alcun tipo di marchio costoso e per questo avere uno stile completamente personale, non assimilabile nè a sporting shop, nè ai cantieri ura, ne dico due per tutti.
e allora mostromutante, se ti vedo alla chiazza con quel completo tigrato dicuisobbra…. beh per me con quello addosso puoi criticare tutto quello che vuoi! :-)
febbraio 15th, 2010 at 10:33
quoto Lucepotabile e YOgurt (dai su, stendiamo il contro-articolo!)
…
@ jacklamotta
a Francavillae sctae ‘na libbreriae ‘ngrazziate a viae San Lorenzo(e?)
*** PUBBLICITA’ A PAGAMENTO ***
febbraio 15th, 2010 at 13:32
Domenico, ti voglio bene, lo sai, però stavolta stai confermando esattamente che il rischio è realtà. Visto che procediamo per stereotipi, io non ho nessun giudizio su chi si fa di cocaina o adora sfoggiare il macchinone; neppure su chi preferisce sfondarsi di canne e farsi i capelli rasta. Eppure ho frequentato da sempre amicizie di ogni tipo e spesso ho avvertito che c’era quel gruppo nel quale se non ero omologato (in un senso o nell’altro) ero ghettizzato. Questa può non essere (e infatti non è) una prerogativa del fighetto, ma anche dell’intellettuale impegnato, che deve urlare al mondo che ascolta almeno uno di quei cantautori alla Guccini o che mette addosso la prima cosa che gli capita sotto tiro. Al liceo mi prendevano tutti per culo perché ascoltavo Baglioni, roba da ragazzine smielate.
La descrizione di un fenomeno sociale o, più che altro, di una tendenza, poi, può anche limitarsi ad essere lettura della realtà, ma se non ci si cura di evitare il moralismo, il limite si oltrepassa facilmente. “Ragazzini che rubano dallo stipendio dei genitori i soldi per comprarsi scarpe che non potrebbero permettersi”: ma perché non ci fermiamo di fronte alla porta di casa degli altri? Ma quanto tempo trascorriamo a guardare gli altri? Per me, troppo. Tu stesso, caro Domenico, dimostri palesemente di non sopportare non tutti i fighetti ma solo quelli di un certo tipo: io vorrei capire qual è la soglia e il punto di confine. Se possibile, la tua affermazione è ancora più discutibile. Tempo fa polemizzai con l’amico Pietro Filomeno perché affermò che i ragazzi che animavano la piazza, in poche parole, erano lì a cazzeggiare inutilmente. Risposi che avremmo potuto inviare qualche dotto a bacchettare chi non era intento a disquisire di filosofia.
Insomma, io non vedo Maria De Filippi, non mi piace per nulla, ma il problema non è lei o i suoi programmi, almeno fino a che quelli non acquisiscono il monopolio della televisione nazionale e impediscono, a chi ha voglia di vedere dell’altro, di poterlo fare.
febbraio 15th, 2010 at 14:34
gna ha!
sergio ascolta baglioni! buuuuu!
febbraio 15th, 2010 at 16:34
Propongo di istituire qualche evento di rilievo visto che per la prima volta un post supera i trenta commenti senza l’utilizzo della parola “borghesia”
febbraio 15th, 2010 at 19:33
borghesia
febbraio 15th, 2010 at 20:41
Alur’, innanzitutto vorrei ringraziare tutti nuovamente per gli apprezzamenti e/o le critiche mossami… inoltre son qui per specificare, in modo da porre fine a questo tantalico tormento, che l’aver usato l’appellativo “fighetto” sia una scelta più dettata dal caso che dovuta, da contestualizzare al periodo della mia , come avrete potuto comprendere, adolescenza. Tutti le rimanenti categorie annesse, che voi altri giustamente citate, non erano semplicemente da noi prese in considerazione, non per una forma di discriminazione , ma perchè non le CONOSCEVAMO non esistendo ancora questa stratificazione di sottoculture… Non rendetemi più crudele di quella che effettivamente sono! (lacrima). Credo che questo effettivamente non sia stato compreso ( era oggettivamente un nostro limite di carattere storico/culturale, niente di più), perchè non specificato fin dal principio. Quindi chi si sentirà più sollevato, sostituendo al “fighetto”, il termine “nerd” o altro, ben venga. Fra l’altro (rileggendo BENE l’articolo), io ho lasciato chiaramente intendere come anch’ io (SSSI, l’ istigatrice), sia stata una vittima Consapevole del fenomeno. Quindi “ho preso in giro”, ma a mia volta mi son volutamente presa per i fondelli. Poichè questo intervento non era un : “PENTITEVI, il regno dei cieli….blablabla”, ma un “Suvvia,RILASSIAMOCI”. A me non importa un fico secco se vi volete mettere addosso una gonna di Armani o inforcare un paio di Wifi o come cacchio si chiamano…. Le categorizzazzioni erano una provocazione. E dato che mi è stato gentilmente richiesto, ho anche detto, pur enfatizzando, la mia, che qui ribadisco: mi pare ‘na scemenza spendere una cifra per tale ragione. Tuuttto quiiii. Il resto poi ( l’ironia n.d.r.) fa solo da contorno. Speravo si cogliesse. Non sono nè mi sento una tipa alternativa, e credo in tutta onestà, di non riuscire nemmeno a star fuori da uno stereotipo : sono sicura che studiandomi per bene, me ne appioperebbero uno. Ma in fin dei conti: Chissenefrega? Attenzione: io non odio i “fighetti”, nè le controparti. E non sto ragionando per stereotipi ( si scherzaaaa) ma ritengo che se dovessi alzarmi una mattina e andare ad acquistare un articolo supercostoso, IO, mi sentirei una stupida ( e stupida non sta per OCA, ma “CACCHIOQUANTISOLDIHOSPESOOGGIgrrr” IO. E me ne pentirei, IO. Ma se VOI lo facciate o meno, e ciò vi faccia sentire bene…chissenefrega di nuovo. Può darsi anche che un giorno IO mi alzi e lo faccia. Ma questo dovrebbe farmi sentire meno me stessa? In fin dei conti, lo vogliate o meno, alla fine sempre lì andremo a finire. E non sto parlando dell’Inferno. Ma della Chiazza.
P. S. : Sergio, perdonami se ti ho preso (e continuerò a farlo, ahimè) in giro per Baglioni. Sei solo una femminuccia.
febbraio 15th, 2010 at 20:47
categorizzazioni. con una Z.
febbraio 15th, 2010 at 21:04
Sarà, ma non è che sia tanto chiaro il senso delle “provocazioni” o del “suvvia, rilassiamoci”. Hai detto tu, mica io, che contesti la “ragione sociale” del fighetto.
Se si è aperta una discussione ed una contrapposizione forte tra i visitatori, vuol dire che la polemica non è stata inventata dal sottoscritto, ma che evidentemente c’è una diversità di vedute.
ps: non sarai né la prima né l’ultima a prendermi in giro per Baglioni. Però non so dove si ride. Soprattutto, la prossima volta che entrerai in macchina mia, ci sarà pochissimo da ridere…
febbraio 15th, 2010 at 21:12
Ho letto tutti i commenti precedenti.
La mia opinione sul “fighetto franchiddese” non cambia.
Caro Antonio de Franco, io sono gregario di NESSUNO, e ne sono
ORGOGLIOSO.
Qui non si sta parlando di moda, ma di come certi soggetti
siano tristemente condizionati dagli stereotipi che il consumismo,
la pubblicità, “Amici”, ecc. gli inculca nel loro piccolo cervelletto.
febbraio 15th, 2010 at 21:20
sergio ascolta baglioni!
gna gna gna
febbraio 15th, 2010 at 21:53
Chi l’avrebbe mai detto che mi sarei trovato a “difendere” Maria De Filippi…?!
Francavillese doc salverà la nostra comunità dai “piccoli cervelletti”, ne sono convinto. Magari sarei anche curioso di ascoltare qualche suggerimento su come fare per arginare la diffusione di un costume così poco impegnato. Spariamoli tutti. O tagliamo le loro manine? Oppure impediamo loro di vedere Italia1?
ps:
dedicato a Marco: “passerotto, non andare via…”
febbraio 15th, 2010 at 22:22
Andre’ senz’altro, sono d’accordo con te, qui stiamo migliorando ma non mi farei illusioni tanto da istituire un evento commemorativo.
Dal dire di credere che se ci si liberasse di certi stereotipi ognuno farebbe davvero un favore a se stesso e vivrebbe meglio, nella diversità e nella capacità di confrontarsi con l’altro, a farlo sul serio imparando a praticare la tolleranza ed il rispetto, ne corre.
Altrimenti essendo non si pretenderebbe di risolvere le difficoltà di dialogo con chi non la pensa come te in modo puerile, prima con i peti e poi togliendo l’amicizia da F.B.
febbraio 15th, 2010 at 23:03
Quale credibilità si può riconoscere ad uno che si permette di dire che il proprio interlocutore porta sfiga (approfittando della pietà altrui)? Quale credibilità ad uno che pubblicizza un locale che non esiste di proprietà di una persona che non esiste in una via che non esiste ?
Non resta che abbandonarci a De Filippo.
febbraio 16th, 2010 at 03:04
ma “quella sua maglietta fina” era da fighetta o da nerd?
febbraio 16th, 2010 at 11:29
Ma come sta a cuore stò “fighetto franchiddese”…
Sembra quasi che ci sia la volontà di proteggere questa specie
di individuo come se fosse un animale da preservare nel suo habitat…
Per Sergio Tatarano:
Ripeto: a me del “fighetto franchiddese” non me ne frega una CIPPA SECCA.
Può fare / indossare / guardare quello che vuole e martoriarsi quelle
due povere cellule cerebrali che si ritrova. PERO’ la mia opinione su di
essi ce l’ho e guarda caso non c’è mai stata occasione di rivalutarla.
febbraio 16th, 2010 at 11:34
Caro francavillese_DOC,
delle due l’una: se generalizzi il giudizio di “fighetto francavillese” mettendolo addosso agli altri come fosse un cappello, esprimi un pensiero ed un modo di essere gregario; se, invece, la tua opinione la applichi in giudizio sul caso particolare, volta per volta, in base a come si comporta e come la pensa la persona ed allora rimane una legittima opinione personale.
Per carità, non penso che tu sia uno spirito gregario. Ti faccio osservare solo un particolare: L’ESPERIENZA E LA STORIA HANNO DIMOSTRATO CHE SI COMINCIA AD ESSERE INTOLLERANTI E RAZZISTI PROPRIO DAL MOMENTO IN CUI SI NEGA DI ESSERLO.
Insomma al tuo posto avrei evitato di negare di essere uno spirito gregario! Piuttosto mi sarei rassegnato al giudizio degli altri.
P.s. Tu hai mai saputo della differenza tra san pietro e giuda nella teologia? No! Peccato.
febbraio 16th, 2010 at 12:38
… state inopinatamente trascurando la merda
febbraio 16th, 2010 at 13:25
sergio, stiam dicendo la medesima cosa in fin dei conti. yuhuu. e come al solito non ci capiamo. doppioyuhuu.
febbraio 16th, 2010 at 13:29
Vedi, il problema è che si è abituati a “proteggere”, come dici tu, preservare, prendere le difese solo di quello che rientra nella propria cerchia, di quello che fa parte della propria riserva indiana. Io difendo il diritto di qualcuno di vivere la vita come gli pare (finché non provoca danni ad altri) e vengo automaticamente iscritto ad honorem nel club dei “fighetti”. Me ne farò una ragione.
L’idea che una “specie di individuo”, diversa da quella alla quale noi apparteniamo, possa vivere senza dover essere attaccata, giudicata, vivisezionata e magari ghettizzata è qualcosa di totalmente estraneo alla cultura di molti. La guerra tra bande che il francavillese doc (appunto) cerca qui di promuovere è da Stato clericale, fascista o comunista che sia, Stato etico. Certamente non è un’impostazione laica né liberale.
ps: condivido la osservazione di Sandro.
febbraio 16th, 2010 at 13:57
Se posso intromettermi.
Il fatto del ghettizzare (o etichettare) per tornare all’impostazione del post è già un effetto per cui se si vuole affrontare propositivamente la questione occorre andare alla causa.
La modalità di ghettizzare dipende certamente dal modo in cui è fatto l’uomo sociale (cioè l’impostare la capacità di giudizio su delle sintesi, donde i vessilli e le etichette, riduce la fatica a dover ragionare ed analizzare rendendo la vita più semplice ma non solo, dando all’apparenza maggiori certezze).
Ma nello specifico della cultura locale non possiamo non rilevare che esiste uno specifico rapporto tra PERSONA e POTERE da cui deriva una spiccata tendenza a trattare gli altri incasellandoli e per etichette.
Ciò è un residuo che ci portiamo avanti per non aver fatto bene i conti con quando eravamo sudditi e con la cultura feudale (nel vero senso della parola) per cui agli occhi nostri il potere è dispensatore di vita e di morte (oggi sociale) di cui – quindi – si deve cercare ed ottenere l’accettazione per assicurarsene la benignità.
L’operazione da fare per eliminare o diminuire almeno il ragionar per stereotipi è quello di acculturare le persone al pensiero critico, a quello analitico del rapporto di causa-effetto delle cose sociali e insegnare loro di non aver paura delle vertigini della libertà. In ciò la scuola è fondamentale.
febbraio 16th, 2010 at 16:30
Si ghettizza e – soprattutto ci si autoghettizza – per sentirsi accettati e appagati socialmente. Un fenomeno tipico consimile francavillese è quello del regalo per ricambiare che non è considerato come il dono delle altre culture ma come risposta al bisogno di sentirsi accettati dagli altri.
febbraio 16th, 2010 at 16:41
http://www.youtube.com/watch?v=gVEI-Itql1E
febbraio 16th, 2010 at 18:02
Sergio, come cantano i Madness… sei sempre “One step beyond”!
“caro Domenico, dimostri palesemente di non sopportare non tutti i fighetti ma solo quelli di un certo tipo”
… quindi se non li sopportassi tutti, facendo di tutte le erbe un fascio, sarei più democratico?
… o se li tollerassi tutti, omettendo di esprimere un giudizio, sarei più corretto?
Però,
cerco di essere più chiaro e riscrivo le cose una per una:
1. stiamo parlando per stereotipi, non è un trattato di sociologia. Sono giudizi sommari e non mi è sembrato il caso di dilungarsi e specificare tutti i commi e i virgolettati, ma questo è lo spirito del blog e ci sto ad essere frainteso.
2. “cocaina+macchinona a 250 all’ora”: Per me è un mix micidiale oltre che per il fighetto per la mia incolumità e me ne preoccupo.
3. “ragazzini che rubano lo stipendio ai genitori”: si, saranno cazzi loro, ma non mi sembrano le basi per lo sviluppo di una società sana, e me ne preoccupo. Quale sia la società “sana”? (Verrò franiteso di nuovo, lo so…)
4. Per me, il “politcally correct”, vale fino ad un certo punto. Per quanto mi riguarda, la De Filippi di Uomini e Donne fa cacare, perché è un programma in cui sono esaltate le peggiori qualità della nostra società (superficialità, inconsistenza, scarsa cultura, esaltazione dell’ego), sia perché ha un effetto negativo sugli spettatori, soprattutto quelli più giovani (la TV ha delle responsabilità , secondo me).
Vedo il seguito che ha programma, e mi preoccupo.
5. I ragazzi che cazzeggiano in chiazza avranno pure i loro motivi per farlo, non c’è bisogno di organizzare un symposium letterario tutti i giorni per dare un significato alla vita. Se il cazzeggio dovesse perdurare anni, mi preoccuperei.
Insomma, “mi preoccupo” perché lo stereotipo a volte rappresenta molto bene alcune realtà (si, si non tutte, ho capito, lo so, ma quante volte lo devo specificare???).
Seguendo lo schema di Antonio,
Io sono INTOLLERANTE nei confronti delle prevaricazioni e RAZZISTA nei confronti della stupidità. E, dove posso, mi do da fare per combatterle.
E’ sbagliato?
Perché tu fai politica?
Per caso, non vorresti cambiare in meglio lo stato delle cose?
Credi che si possa fare politica stando sull’uscio delle case delle persone oppure ogni tanto è necessario entrarci dentro e farsi i fatti loro per capire come stanno le cose che si vogliono cambiare?
Sinceramente, la risposta mi interessa molto.
PS.
Ho delle foto davvero molto belle con il completino tigrato…
PPS
Questo post sta diventando una cosa colmae…
febbraio 17th, 2010 at 14:12
@Mostromutante,
le tue domande sono perfettamente pertinenti rispetto al contenuto della questione.
Da buoni figli dei lumi (la ragione che illumina ed emancipa) abbiamo come prima preoccupazione quella progressista di emancipare altrimenti vana o inutile sarebbe il nostro dire e fare.
Ma proprio perché abbiamo questo scopo con possiamo essere (e permetterci di essere) “razzisti verso la stupidità”.
Teniamo in debito conto che il nostro interlocutore e anche fine è la persona che si fa cittadino.
Bene, ciò posto; noi non possiamo oltraggiare o usare violenza verso coloro dela cui emancipazione ci preoccupiamo. Sarebbe contraddittorio. Noi, invece, non possiamo non fare conto che su una scintilla di luce che può sorgere nella testa degli emancipandi e tollerare anche la stupidità (ma soprattutto la furbizia, ci tocca tollerare. Oggi più che stupidi abbiamo a che fare con gente che pensa di fare il furbo salvo poi a compiagersi per essere stata causa dei propri mali) allorquando può essere il viatico per far aprire la mente ad un diverso dover essere.
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Mi permetto di consigliarti a beneficio dell’approfondimento di questo discorso la lettura di Carlo Levi “Cristo di è fermato ad Eboli”. Soffermandoti in particolare sugli ultimi tre racconti. Levi indica nella autonomia la strada per accellerare l’emancipazione della civiltà contadina dandole la dignità che merita.
I padri costituenti lessero Levi e lo trasposero all’articolo 5 della Costituzione messa sotto i piedi dall’incultura, dalla ignoranza e dalla demagogia della Lega Nord.
febbraio 17th, 2010 at 18:21
Per Antonio de Franco:
IO NON MI RASSEGNO AL PENSIERO DI NESSUNO.
Forse nel dirlo c’è da parte tua un velato desiderio di rassegnazione
personale di fronte all’evidenza dei fatti che tu stesso puoi
constatare giornalmente in città, ANCHE NEL CASO SPECIFICO
IN OGGETTO.
Per smentire Sergio Tatarano:
ASSOLUTAMENTE IO AFFERMO che la gente “diversa da quella alla quale noi apparteniamo” , DEVE “vivere senza dover essere attaccata, giudicata, vivisezionata e magari ghettizzata”. Come vedi tu stai perseverando
nell’insinuare cose che io non ho detto né appoggiato.
ESEMPIO:
il “fighetto francavillese” vuole vestirsi da signorino per
ghettizzarsi e/o bivaccare in piazza? BENE, E’ LIBERISSIMO DI FARLO.
MA NESSUNO PUO’ IMPEDIRE CHE DA QUESTA EVIDENZA
NE VENGA TRATTA UNA LEGITTIMA CONSIDERAZIONE PERSONALE.
Inoltre, quoto al 100% ciò che ha scritto mostromutante
nel suo ultimo post.
febbraio 17th, 2010 at 18:54
A Domenico rispondo solo in ordine all’ultima domanda: io spero di poter vivere in una società nella quale è garantita una pluralità dell’offerta, in tutto, nell’informazione come in ogni aspetto della vita. Prendiamo l’informazione: scusa la semplificazione, ma per te qual è il problema, che esistano i programmi della De Filippi o che, piuttosto, certi programmi abbiano il monopolio ormai su tutte le reti? Chi sono io per dire che certi programmi andrebbero eliminati? Possono non piacermi e a me personalmente fanno pena. Ma qui non parliamo di politically correct, piuttosto di un obiettivo verso il quale andare (qui ci stiamo spostando troppo sul politico). Se ci si mette a fare come dice francavillese doc (parlando di “piccolo cervelletto” riferendoci a persone di cui non condividiamo lo stile di vita), è chiaro che tutto si risolverà in una guerra tra bande. Se facciamo gli intolleranti con gli intolleranti, la società resterà ferma alla contrapposizione ideologica e all’impossibilità di vivere nella diversità.
Spero di essere stato chiaro, starei lavorando… :)
febbraio 17th, 2010 at 18:57
francavillese doc, sei stato tu a scrivere “Il “fighetto franchiddese” è un povero ignorante, peraltro
foraggiatore del consumismo italiota”. aggiungerei, “amen”.
l’italiano non è un’opinione.
febbraio 18th, 2010 at 00:12
Se può servire per intendersi:
Rassegnare – nel senso di rimettersi al giudizio degli altri.
Rassegnazione – dell’essere rinunciatario e decapacitato.
febbraio 18th, 2010 at 00:37
Penso che si debba tornare all’origine dell’analisi.
La massificazione.
L’etichettarsi come l’etichettare, insomma il ragionare per cliché è un prodotto della massificazione.
Allora come abbiamo già detto andiamo all’origine della massificazione italiota.
Essa nasce dalla peculiare “cultura o ideologia del successo” per come è stata creata dal duo Costanzo-De Filippi a partire dalla seconda metà degli anni ‘80 d.s.s. e sviluppata nei successivi anni ‘90.
Ma voi avete l’idea di quanti giovani si sono bruciati e si sono consumati perché gli è stato fatto di pensare che il loro obiettivo principale non era quello di vivere bene con se stessi e con gli altri ma quello di avere successo nell’ambiente in cui stavano?
Ma voi non riuscite a rendervi conto della influenza che ha la cultura del successo sul modo di vestirsi e di stare con gli altri nel gruppo?
Ora comprendete come chi si veste con le etichette lo fa perché le etichette sono il viatico per il successo sociale.
NOI DOBBIAMO COMBATTERE E DESTRUTTURARE LA CULTURA DEL SUCCESSO. NOI DOBBIAMO INTENDERCI CHE QUELLO CHE VALE DELLA VITA E’ DI STARE BENE CON SE STESSI ED ESSERE FELICI.
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Dobbiamo far capire che chi vive della cultura del successo è SKUMATU. Ecco torniamo a prima di Costanzo, agli anni ‘70 d.s.s. e parliamo dello skumatu franchiddese.
Ad esempio io da ultimo ho fatto esperienza di una skumata alla franchiddese, donna di successo, che in una occasione pubblica ha emesso un pernacchio (sic!) verso una persona e per tutta risposta ha dovuto ascoltare il raccontino di Ferdinando di Borbone che dice a Maria Caterina cosa avesse detto l’ambasciatore Inglese inchinandosi (in realtà si trattava di un rumore sfuggitogli dall’intestino), ovvero: “Eeeh carit Marì?! E’parlat co u’ culu!”.
Tipico da skumatu la caggia ha accusato il colpo e si è pure arrabbiata perché non si faceva così con lei. A lei non gli si poteva rivolgere una tale frase offensiva. Diamine! Tipico dello skumatu: io posso fare a te quello che io non voglio che tu faccia a me.
Donde la conclusione: se sei skumata stattene a casa!
Ecco un buon inizio per emancipare.
febbraio 18th, 2010 at 19:05
per Sergio Tatarano:
noooo… Ma cosa ho scritto mai… Il “fighetto franchiddese” è un degno
rappresentante dell’eccellenza culturale italiana, è la crème crème
della nuova classe giovanile che avanza forte dei propri successi
personali nei più variegati campi della scienza oggi conosciuta,
è un esempio di serietà e saggezza da seguire, è un modello
per i più giovani che aspirano a contribuire anch’essi per creare una
società migliore, ecc. ecc.